Dopo aver passato sei mesi a cucire a mano l’abito da sposa di mia figlia, entrai nella suite nuziale proprio mentre la sentivo dire, ridecchiando sommessamente: “Se ti chiede, digli che non ti sta bene. Sembra che venga da un negozio dell’usato”. Sentii qualcosa dentro di me sgretolarsi, ma feci un respiro profondo, alzai la testa e me ne andai con l’abito senza dire una parola. Più tardi, però, accadde qualcosa che non avrei mai potuto immaginare…

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Gli occhi di mia figlia si spalancarono e vidi paura, dubbio… ma anche speranza. Andai verso la borsa dove l’avevo riposto. La aprii con cura. Il pizzo scintillava nella calda luce della stanza. “Provalo”, le dissi.

Lei obbedì in silenzio. Mentre l’ abito le scivolava sul corpo, si adattava con la delicatezza di una carezza. Abbottonai i bottoni sulla schiena, uno a uno. Ogni clic suonava come una piccola riconciliazione.

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Rivolgendosi allo specchio, mia  figlia rimase senza parole. L’abito la avvolgeva delicatamente, esaltando