una conversazione del genere. “Ciao, sono Isabelle. Ti ricordi quella notte di undici anni fa? A quanto pare una delle mie figlie potrebbe essere tua. Inoltre, ha la leucemia. Puoi venire a Seattle?” Alla fine smisi di cercare di prepararmi una frase e premetti il tasto di chiamata. Il telefono squillò una, due, tre volte.
Poi la sua voce, immutata e improvvisamente devastante.
“Ciao?”
«Julian», dissi, con la voce rotta dall’emozione. «Sono Isabelle. Ho bisogno del tuo aiuto.»
Ci fu una lunga pausa. Riuscivo a sentire il suo respiro, regolare