soglia, a fissare il viso pallido di mia figlia, il suo petto che si muoveva appena.
«Forza, Sophie», mormorò la dottoressa Whitman, con le dita strette al polso. «Forza.»
Trenta secondi. Un minuto. Poi le palpebre di Sophie tremolarono e il monitor iniziò a salire. Sessanta. Settanta. Ottanta. Il dottor Whitman tirò un sospiro di sollievo.
“È tornata. Presenta una grave bradicardia, probabilmente dovuta a uno squilibrio elettrolitico. Lo correggeremo prima dell’intervento.”
Si voltò verso di me.
“Isabelle è stabile. Julian si sta preparando. Siamo ancora nei tempi previsti.”
Non