lo spazio come fumo vecchio. Colsi il suo debole riflesso nello specchio dietro il bancone: la stessa fiera angolazione della mascella, la stessa immobilità che mascherava un senso di inquietudine.
Allungai la mano verso la porta, sfiorando la maniglia di ottone lucido. Alle mie spalle, l’orchestra intonò una melodia più vivace, come se la serata potesse ancora essere salvata dal ritmo.
Non sono tornato indietro.
Fuori, l’aria notturna era pulita, dolcemente salmastra per via del fiume vicino. Le risate provenienti dall’interno si affievolirono, diventando un ricordo lontano che avevo ormai