camici bianchi e sorrisi pazienti. Gli infermieri controllavano i miei parametri vitali, aggiustavano le mie terapie, annotavano numeri e linee sugli schermi elettronici. Tutti ripetevano le stesse parole con quel tono educato e controllato che ormai associavo agli ospedali americani:
«Signor Morrison, suo figlio sta bene. Si sta riposando.»
Ho chiesto a tutti coloro che varcavano la mia porta: al giovane medico con gli occhi stanchi, all’infermiera che mi portava l’acqua, persino all’inserviente che svuotava il cestino.
“Dov’è Caleb? Quando posso vederlo?”
La risposta non è mai cambiata.
“Sta bene.”
“