porta di casa quel pomeriggio, una familiare quiete mi pervase: la stessa sensazione che avevo provato durante quelle lunghe notti in ospedale.
Poi la vidi in piedi sulla soglia di casa mia. “Mi chiamo Tiffany”, disse, giocherellando nervosamente con le dita.
Mi ha spiegato di essere la figlia della donna la cui auto aveva oltrepassato la linea di mezzeria e si era schiantata contro la mia, la madre che non era sopravvissuta nonostante gli interventi chirurgici e le lunghe notti in terapia intensiva.
Tiffany aveva trascorso quelle serate vagando per